venerdì 12 febbraio 2016

Sei bufale su Charles Darwin

Si parla tanto delle "Bufale" che costantemente girano su Facebook, dimenticando forse che di false informazioni, miti e leggende è piena la storia, sia scritta che orale.
In occasione di questo Darwin Day, oggi 12 febbraio, in cui ricorre il duecentosettesimo anniversario della nascita di Charles Darwin vorrei pubblicare le interessanti "5 bufale su Charles Darwin" prese dall' articolo scritto da Stefano Dalla Casa, per Wired, a cui ne ho aggiunta una sesta, che ritenevo altrettanto interessante da sfatare (con l'aggiunta di alcune immagini e curiosità non comprese nel testo originale).
Questa sesta bufala è nata anche dai ricordi (poi riconsultati) della lettura di un libro edito da Einaudi, "Lettere sulla religione di Charles Darwin".
Il libro "L’origine della specie", il lavoro più noto di Charles Darwin (1859 la prima edizione) è, ancora oggi, considerato un saggio da combattere e controbattere. 
Da rifiutare per i creazionisti (tanti, soprattutto negli Stati Uniti) e da accettare con cautela dai fautori del cosiddetto Disegno Intelligente (non meno numerosi).


La HMS Beagle, brigantino a dieci cannoni della Royal Navy.
Varato l’11 maggio 1820, nel suo secondo viaggio, verso le Galàpagos, ospitò a bordo l’allora giovane naturalista Charles Darwin, 
il cui lavoro rese la Beagle una delle più famose navi della storia.


1. Tutto merito delle Galápagos

Di tutti i luoghi che Darwin ha visitato tra il 1831 e il 1836 durante la spedizione del brigantino H.M.S. Beagle, l’arcipelago delle Galápagos è indubbiamente quello che è rimasto più legato al suo nome. Moltissimi libri, di testo e divulgativi, indugiano sui famosi fringuelli di Darwin (che in realtà non sono fringuelli ma Traupidi), sulle tartarughe giganti che oggi sono un simbolo della conservazione (anche se Darwin se le mangiava) e sulle stupefacenti iguane marine, che però il giovane naturalista trovava piuttosto ripugnanti.

Queste isole sono tuttora un luogo straordinario, e leggendo Darwin è chiaro che avevano attirato la sua attenzione, ma è sbagliato implicare che all’arcipelago Darwin sia stato per così dire folgorato sulla via Damasco, comprendendo improvvisamente che le specie cambiavano e come succedeva.
Non è un caso che la genesi ventennale della teoria di Darwin sia stata definita “un lungo ragionamento“, e infatti fu solo dopo essere tornato che lo scienziato cominciò, per così dire, a unire i puntini. A dirla tutta, Darwin alle Galápagos inizialmente era stato più colpito dalle differenze tra i tordi beffeggiatori (o mimi) che dagli uccelli che ora sono ricordati come i suoi fringuelli, e di questi ultimi sbagliò anche la classificazione. Fu solo dopo che il celebre ornitologo John Gould stabilì che Darwin aveva campionato 13 specie di un’unica famiglia che lo scienziato cominciò a vedere una possibile conferma delle idee evolutive che stava cuocendo a fuoco lento…


Emma Wedgwood moglie e cugina di Darwin


2. Emma Darwin, la moglie bigotta del genio

Se non ci fossero state le Galápagos, Darwin avrebbe comunque sconvolto il mondo con la sua teoria, ma avrebbe potuto farlo senza la sua famiglia e gli amici eccezionali di cui si era circondato? Per il fondamentale viaggio sul Beagle, per esempio, dobbiamo ringraziare suo zio Josiah Wedgwood II, mentre la persona più importante della vita di Darwin è stata senza dubbio la moglie, Emma Wedgwood Darwin. Di lei si ricorda sempre quanto fosse fortemente credente e che, per questo, era piuttosto preoccupata per le idee del marito.

Sembrerebbe quindi che, dal punto di vista scientifico, il genio di Darwin fosse limitato dalle paure di una moglie bigotta. La realtà non potrebbe essere più diversa e si trova raccontata nel libro "Emma Wedgwood Darwin" di Chiara Ceci (Sironi, 2013). Per cominciare Emma, come tutte le Wedgwood, aveva potuto contare su un’educazione di altissimo livello, normalmente inaccessibile alle donne in quei tempi. Si trattava quindi di una persona di enorme cultura, che per Darwin fu una compagna di vita, anche dal punto di vista intellettuale. Emma non seppe solo creare intorno al marito la tranquillità che gli era necessaria per completare i suoi studi, ma era anche una delle prime persone a cui Darwin faceva leggere i suoi manoscritti, dei quali curava anche le traduzioni grazie alla sua grande conoscenza delle lingue.

Sì, Emma era credente e, con la morte della sorella Fanny e della figlioletta Annie, aveva trovato un grande conforto nella convinzione che esistesse una vita dopo la morte. Bisogna però specificare che tutti i Wedgwood erano Unitariani, quindi non solo consideravano la razionalità e le scienze complementari alla fede, ma erano essenzialmente laici. Emma, come si evince chiaramente da una lettera del 1839, non temeva tanto l’effetto che avrebbero avuto i libri del marito sulla società, ma piuttosto le ripercussioni sulla loro famiglia:  

Sento che finché tu agisci con coscienza e cerchi con desiderio sincero di trovare la verità, non puoi essere nell’errore. […] Ma quello che riguarda te riguarda anche me, e sarei disperata se pensassi che tu e io non possiamo appartenerci per l’eternità
Charles Darwin aggiunse una nota alla lettera, e la conservò sempre con sé fino a consumarne i bordi:

Quando sarò morto, sappi che molte volte ho baciato e pianto su questa tua lettera



"Il Capitale" di Karl Marx pubblicato dall'editore Meissner di Amburgo nel 1867


3. Marx voleva dedicare "Il Capitale" a Darwin

I creazionisti adorano la bufala secondo cui Karl Marx avrebbe voluto dedicare il suo libro più famoso al naturalista inglese. Per loro, sarebbe uno dei tanti fil rouge che collegano la teoria dell’evoluzione a un’ideologia politica. Per altri, la dedica proposta da Marx a Darwin è invece qualcosa da ricordare con onore, poiché dimostra quanto il filosofo avesse compreso la grandezza delle idee dello scienziato. Ma la proposta di dedica non è mai esistita.

Il mito nasce, nel 1931, con la pubblicazione di una biografia di Marx in Unione Sovietica, nella quale era riportata una lettera di Darwin in cui declinava la proposta di dedica. La lettera non nomina "Il Capitale", ma era stata trovata tra le carte di Marx, quindi venne dato per scontato che il libro fosse quello. Nel 1978 Margharet Fay (University of California) scoprì che non era così. Darwin nella lettera si riferiva a "The Students’ Darwin", un libro sull’ateismo scritto da Edward Aveling, al quale era stata indirizzata la lettera. Aveling è stato per molti anni il compagno di Eleanor Marx, la più giovane delle figlie del filosofo, ed è in questo modo che la lettera è stata erroneamente archiviata tra le carte dell’autore de "Il Capitale".

Marx inviò comunque una copia del suo libro a Darwin, per il quale aveva davvero una profonda ammirazione. Darwin ringraziò per il dono con molta cortesia, ma sappiamo che non lo lesse mai: alla sua morte le pagine del vecchio libro sono ancora da separare.


La lettura pubblica dell'articolo congiunto di Darwin e Wallace, del 1º luglio 1858 alla Linnean Society, rappresentò l'annuncio ufficiale della teoria della selezione naturale al consesso del mondo scientifico. L'anno successivo, spronato dall'articolo di Wallace 
("On the tendency of varieties to depart indefinitely from the original type"),
 Darwin si decise a pubblicare un ampio riassunto del proprio lavoro ventennale, inviando all'Editore Murray di Londra "L'Origine delle specie" (1859)


4. Darwin ha rubato l’idea a Wallace

Nel 2013, è stato celebrato il centenario dalla morte di Alfred Russel Wallace, un altro genio che scoprì indipendentemente da Darwin il principio della selezione naturale. Per l’occasione è stata prodotto Bill Bailey’s Jungle Hero, una mini-serie dove il comico Bill Bailey celebra Wallace come un eroe ingiustamente dimenticato. Il problema è che il documentario, per altri versi molto godibile, non può fare a meno di presentare Darwin come il cattivo della situazione, arrivando a suggerire che abbia rubato l’idea della selezione naturale da Wallace.

Dalle carte e dalla corrispondenza gli storici sanno molto bene come sono andate le cose, e Wallace è stato sempre trattato con il rispetto che meritava. Quando mandò a Darwin il suo saggio dove descriveva la selezione naturale, lo scienziato ci stava già lavorando da diversi anni. Nel 1858 i manoscritti di Darwin e Wallace furono presentati alla Linnean Society, assicurando a entrambi la paternità della geniale intuizione. In seguito Darwin pubblicò "L’origine delle specie", e Wallace divenne uno dei più grandi difensori del pensiero darwiniano.


Frase di Charles Darwin, contro lo schiavismo, tratta dal diario 
scritto durante la lunga sosta in Brasile

5. Darwin il razzista

Da oltre 150 anni i biologi procedono lungo la strada tracciata da Darwin e Wallace, eppure a qualcuno ancora non va giù: visto che è impraticabile contestare l’evoluzione a colpi di pubblicazioni scientifiche, si può sempre cercare di attaccare Darwin stesso. Una delle accuse più frequenti è che Darwin fosse razzista, la prova è nelle frasi usate nei suoi manoscritti: tra selvaggi, e razze favorite è facile per certi siti presentare lo scienziato come un mostro, addirittura un degno ispiratore di Adolf Hitler.

A parte l’assurdità di giudicare (e da quali pulpiti…) una persona nata nel 1809 con gli standard attuali, Darwin era un convinto antischiavista, tanto che il sanguigno capitano del Beagle, Fitzroy, lo bandì dalla sua tavola dopo una discussione su questo argomento. Inoltre, Darwin riconobbe che tutti gli esseri umani, indipendentemente dal loro colore e dalla loro cultura, facevano parte di un’unica specie che si era differenziata solo in superficie, e identificò correttamente la culla dell’umanità nel continente africano. Come spiega inoltre Stephen Jay Gould in "Intelligenza e pregiudizio", sulla civilizzazione Darwin era “migliorista nella tradizione paternalista“, cioè non vedeva i cosiddetti selvaggi inferiori in quanto biologicamente tarati, ma pensava che potessero progredire (ovvero, per Darwin, diventare più simili agli occidentali) se si fossero trovati in un altro contesto ambientale e sociale.
Rispetto a noi (ok, diciamo molti di noi…) l’etica di Darwin era certamente arretrata, ma chi adesso è antirazzista, forse, deve ringraziare anche il contributo di persone come lui.


Lettera scritta da Darwin il 24 novembre del 1880
 a Francis Mc Dermott


6. Darwin l'ateo

Darwin, credeva in Dio, o era un ateo non dichiarato? 
Aveva la fede o l’aveva smarrita man mano che metteva a punto le sue esplosive teorie?
Charles Darwin, non si dichiarò mai ateo, ma concesse l'idea di Dio come creatore, cui però desegnava il compito di aver generato solo alcune forme di vita lasciandole poi liberamente evolvere secondo precise leggi (descritte appunto nella Teoria dell'Evoluzione)
Darwin credeva e dubitava al tempo stesso, accoglieva, nelle pagine del suo saggio, l’idea di Dio per poi frantumarla nella frase successiva, o nelle lettere che scriveva agli amici.
Come questa indirizzata il 24 novembre del 1880 a Francis Mc Dermott, in risposta al giovane avvocato che aveva scritto al famoso scienziato per chiedergli se credesse o meno nel Vangelo:

"Mi duole dovervi informare che non credo nella Bibbia come rivelazione divina, e pertanto nemmeno in Gesù Cristo come figlio di Dio".

La teoria evoluzionistica avrebbe davvero distrutto la fede religiosa con la "fine dell’illusione della centralità dell’uomo"? 
Lo psicologo David P. Barash (professore di psicologia presso l’Università di Washington e con laurea in biologia) ne è convinto e afferma:

"....fine dell’illusione della centralità dell’uomo. Dopo Darwin il messaggio è che vi è un legame di fondo tra specie umana e animale, siamo perfettamente buoni animali naturali indistinguibili dal resto del mondo vivente. Ma il mondo naturale è anche pieno di orrori etici: predazione, parassitismo, fratricidio, infanticidio, malattia, dolore, vecchiaia e morte. Più conosciamo l’evoluzione tanto più inevitabile è la conclusione che gli esseri viventi, compresi gli esseri umani, sono prodotti da un processo naturale, totalmente amorale»

Darwin avrebbe cioè lanciato il messaggio che vi sia un legame di fondo tra specie umana e animale, e che noi siamo perfettamente buoni animali naturali indistinguibili dal resto del mondo vivente.
Ma lo contraddicono le parole dello stesso Darwin:

"Un essere morale è un essere in grado di paragonare le sue azioni e le sue motivazioni passate e future e di approvarle o disapprovarle. Non abbiamo ragioni di supporre che qualcuno degli animali inferiori abbia queste capacità"
(C. Darwin, “L’origine dell’uomo e la selezione naturale”, Newton Compton 2007, p.88).

Forse per Darwin Dio non esiste, oppure esiste e non si cura di noi. 
Più dubbi che certezze, più domande che risposte. Ma questa è la scienza, scienza che identifica lo stesso Darwin come (im)perfetto scienziato e quindi modernissimo.
Il messaggio che se ne trae è che si può essere credenti o no indipendentemente dalla teoria evoluzionistica. 
Come dice il prof. Francisco J. Ayala, docente di scienze biologiche e filosofia all’Università della California:

"La conoscenza biologica non elimina considerazioni filosofiche o credenze religiose. Anzi, la conoscenza scientifica può fornire ottime basi per ulteriori affondi sia filosofici sia religiosi"
(F. Ayala, “L’evoluzione”, Jaca Book 2009, 127)




Fonti
From the Books
L’origine dell’uomo e la selezione naturale - C. Darwin - Newton Compton 2007
Lettere sulla religione C. Darwin - Einaudi
L’evoluzione - F. Ayala - Jaca Book 2009
From Website
http://www.wired.it/play/cultura/2016/02/05/5-bufale-charles-darwin/
http://www.lastampa.it/2015/09/17/scienza/allasta-la-lettera-in-cui-charles-darwin-rivel-di-essere-ateo-vtEm9z8xQ2KN8u0NojAAlO/pagina.html
https://it.wikipedia.org
From the Picture
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elaborazioni personali di immagini dal web




lunedì 8 febbraio 2016

I coriandoli sono milanesi o triestini?

Nella mia recente visita alla mostra "Milano città d'acqua", tra le tante interessanti immagini dei navigli, delle fontane, delle piscine che arricchivano e caratterizzavano Milano, ho scoperto anche alcune curiosità.
Tra queste quella dei coriandoli.
Come si sa i coriandoli sono piccoli ritagli di carta colorata usati nelle festività per essere lanciati in aria o su persone e tipici del Carnevale. 





Ma qual'è la loro origine?

Nella maggior parte delle lingue (fra cui inglese, tedesco, francese, olandese, svedese e spagnolo), e anche nelle lingue non indo-europee, i coriandoli sono stranamente noti come "confetti", o un adattamento ortografico. 
Il termine ha origine nel Rinascimento quando in Italia ai matrimoni o durante il carnevale si usava lanciare veri e propri dolcetti, i confetti appunto. 
Già prima del 1597 i confetti stessi erano anche chiamati coriandoli «cuopronsi i coriandoli di zucchero per confetti», perché si utilizzassero talora i semi della pianta del coriandolo, molto comune in quei tempi attorno a Milano, al posto delle mandorle.
In seguito, come coriandoli, si utilizzarono nei lanci anche palline di carta colorata o di gesso. 
Nel periodo del carnevale, durante le sfilate di carrozze, tipiche di molte città, venivano gettati sulla folla mascherata granoturco ed arance (come ancora è tradizione al Carnevale di Ivrea), fiori, gusci d'uovo ripieni di essenze profumate, monete..
A partire dal XVI secolo, con i frutti del coriandolo, rivestiti di zucchero, si iniziarono a produrre dei confettini profumati, fatti apposta per essere lanciati dall' alto dei carri mascherati o da balconi e finestre.
Questa usanza era piuttosto costosa, cadde in disuso, e i confetti bianchi vennero gradualmente sostituiti da piccole pallottole, di identico aspetto, ma fatte di gesso.
Ma è del 1875 l'origine dei coriandoli così come siamo abituati a vederli oggi, origine legata anche alla storia dei Navigli milanesi.
Pare che a Milano, nel XIX secolo, si cominciasse a tirare qualcosa di diverso: minuscoli dischetti di carta bianca che al minimo refolo di vento si sollevavano in aria, come se una nevicata ricoprisse i carri che sfilavano.
Infatti nel 1875 furono adottati i cerchi di carta, grazie all'inventiva dell'ingegnere Enrico Mangili di Crescenzago (Milano), che iniziò a commercializzare come coriandoli i cerchi di carta di scarto dalle carte traforate utilizzate in sericoltura per l'allevamento dei bachi da seta, prima bianchi e poi di carta colorata.


Complesso dell'ex azienda tessile sul Naviglio Martesana

Ma perché l'origine dei coriandoli è legata ai Navigli?

ll Cavalier Enrico Mangili, ingegnere e industriale, passato poi alla storia come “l’inventore dei coriandoli”, era proprietario di una stamperia di tessuti a Crescenzago, situata proprio sul Naviglio Martesana.
Nella seconda metà del ‘800 detta stamperia infatti si trovava nel complesso di villa Lecchi tra piazza Costantino, il Naviglio della Martesana, via Meucci ed i giardini della attuale Associazione “Villa Pallavicini”.
L’azienda tessile, in cui lavoravano molte donne del paese, per far funzionare i macchinari sfruttava la forza idraulica della corrente del Naviglio mediante un mulino e, ancor oggi, nel muro di villa Lecchi proprio lungo il Naviglio della Martesana è possibile individuare i segni di dove era posizionata tale ruota.
Nel 1875 quindi l'ingegner Mangili ebbe la geniale trovata di utilizzare i piccoli dischetti di scarto dei fogli che venivano bucati per essere utilizzati come lettiere per i bachi da seta, per lanciarli sui carri di Carnevale.
I minuscoli coriandoli a Milano ebbero subito un grande successo e cambiarono il volto e la storia del Carnevale, entrando prima a far parte della tradizione meneghina e poi di tutto il mondo.
Bisogna però ricordare che Enrico Mangili fu anche un uomo molto caritatevole, un filantropo che contribuì economicamente alla fondazione dell’asilo che ospitava i figli delle filatrici di Crescenzago. 
Nel giardino di questo asilo, in via Padova 269, ancora oggi si può vedere un busto che lo ricorda.


Busto di Enrico Mangili - Nel giardino dell' asilo, in via Padova 269


Ma un'altra curiosità riguarda la paternità dell'invenzione!

L'invenzione dei coriandoli di carta è stata tuttavia rivendicata anche da un altro ingegnere, Ettore Fenderl, scienziato di fama internazionale.
Secondo un racconto da lui stesso riferito (e riportato anche in un'intervista alla radio Rai del 1957), per festeggiare il Carnevale del 1876 avrebbe ritagliato dei triangolini di carta in quanto non aveva il denaro per comprare i confetti di gesso allora in uso.
Quand'era ancora un bambino, impossibilitato a gettare dalla finestra di casa alla sottostante sfilata di carnevale i tradizionali confetti e i petali di rose, decise di tagliare in piccoli triangolini dei fogli di carta colorata che quindi lanciò dalla propria finestra di un palazzo in Piazza della Borsa a Trieste. 
L'effetto fu subito notato dalle maschere nonché dalla polizia che si recò in casa del bimbo per ottenere delucidazioni. 
La voce corse subito a Vienna (era il 1876 e Trieste era un'importante città dell'Impero Absburgico) e a Venezia e l'idea, per altro mai brevettata, fece con successo il giro del mondo. 



Maschere - Stampa antica

Ettore Fenderl nato a Trieste il 12 febbraio 1862 e morto 104enne a Vittorio Veneto il 23 novembre 1966 è comunque ricordato soprattutto come scienziato, inventore eclettico e filantropo italiano, anche se i più associano il suo nome appunto all'invenzione dei coriandoli o alla tomba presente al cimitero di S.Andrea a Vittorio Veneto, considerata un monumento alla sua megalomania.

Ettore Fenderl è noto principalmente per essersi interessato, dal 1912, alla radioattività, applicandola alle strumentazioni ottiche e per aver fondato a Roma nel 1926 il primo laboratorio per le ricerche radioattive, Istituto Statale di Radioattività Italiano, dove operò anche il giovane Enrico Fermi. 
Qui fondò anche la Fenderlux una sua società che realizzava apparecchiature ottiche per scopi militari.
I suoi contributi nel settore della radiottività sono stati ricordati nel 2006, a 50 anni dalla morte, in un libro "Ettore Fenderl, un pioniere della radioattività", una biografia affidata alla storica Loredana  Imperio, basata sui documenti conservati dalla Fondazione, così da far conoscere Ettore Fenderl a quanti hanno beneficiato e beneficiano del lascito ed alla comunità scientifica. 
"Un ecclettico - si legge nella premessa del libro - che amò tanto Vittorio Veneto, sua città di adozione, da donarle ogni suo bene e la sua fondazione benefica."



Mausoleo, con il busto di Ettore Fenderl,  sulla cui sommità si vede anche il simbolo dell'infinito


Laureatosi ingegnere all'università di Vienna ed ingegnere civile al Politecnico di Milano, nel 1898 brevettò un tipo di centrale per la produzione dell'acetilene e nel 1906 progettò il palazzo del Ministero della Marina Austriaca. 
Importanti furono i suoi interventi nella progettazione della metropolitana di Vienna, una 
delle prime al mondo.
I suoi brevetti furono copiati non solo in Austria, ma anche in Germania e negli Stati Uniti. 
Nel 1936 si ritirò a vita privata acquistando una proprietà a Vittorio Veneto e nel 1950 istituì la Fondazione Flavio ed Ettore Fenderl con scopi benefici.
Come volle lui stesso, alla sua morte i suoi terreni furono adibiti alla realizzazione del Parco Fenderl, un'area verde di 12 ettari con una struttura sede di varie realtà che operano nel sociale, ai piedi del Monte Altare.






martedì 2 febbraio 2016

Stagioni e mezze stagioni.....ha senso parlarne?

"Egli è pur vero che l'ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi"......
Zibaldone - Giacomo Leopardi

Un recente articolo sul meteo intitolava "Caldo anomalo agli sgoccioli: dal 4 febbraio svolta meteo, arrivano condizioni più invernali".
In effetti questo è un inverno eccezionalmente caldo non solo qui in Italia ma anche nel nord Europa, che ci fa dire: "le stagioni non ci sono più", "si sono ribaltate", e, sempre più spesso, la frase più classica "le mezze stagioni non ci sono più"!


Stampa antica tratta dal Libro dei Globi in cui nel globo centrale sono indicate l'inclinazione della terra, i circoli polari, i tropici, l'equatore e l'eclittica - Vincenzo Maria Coronelli dedica a Luigi XIV - 1697

Ma davvero le stagioni non ci sono più? E soprattutto le cosiddette mezze stagioni, primavera e autunno, non ci sono più?
In realtà è solo l'inverno che cede il passo all'estate e viceversa, con anticipi di caldo e ritorni di freddo.
Possiamo forse dire che le mezze stagioni non sono mai esistite e che invece le vere stagioni sono in realtà solo 2? Quella prevalentemente fredda (da Ottobre a Marzo) e quella calda (da Aprile a Settembre)?
Dipende cosa si intenda per stagioni, i mesi sono sempre 12 ovunque.
Esistono infatti diversi modi di definire una stagione e quelli utilizzati più comunemente sono la suddivisione astronomica e meteorologica. 
Secondo la suddivisione astronomica una stagione è l'intervallo di tempo che intercorre tra un equinozio ed un solstizio. Si distinguono quindi quattro stagioni: primavera, estate, autunno, inverno, ciascuna delle quali ha una durata costante di tre mesi l'una e ben definita nel corso dell'anno, indipendente dalla latitudine e dalla collocazione geografica
Se si considerano le variazioni climatiche e quindi una definizione meteorologica, l'alternarsi delle stagioni dipende ovviamente anche dall'inclinazione dell'asse di rotazione terrestre rispetto ai raggi del sole e dalla distanza del sole dalla terra: afelio e perielio.
All'equatore e ai poli non si può certo parlare di stagioni in senso classico!
All'equatore i raggi arrivano sempre perpendicolari, tutto l'anno, ed ecco perché fa sempre caldo. Nelle zone tropicali l'anno si potrà dividere in due parti, definendole stagione delle piogge e stagione secca.
Man mano che ci si allontana dall'equatore, i raggi del sole sono più obliqui e si hanno variazioni climatiche e alternanza delle stagioni. 
Ai poli i raggi del sole arrivano molto obliqui, ed ecco perché lì fa sempre freddo. Nelle regioni polari generalmente si distinguono due sole stagioni (spesso denominate Sole di Mezzanotte e Notte Polare, oppure semplicemente estate e inverno) determinate dalla presenza o meno del sole sopra l'orizzonte.  

Climaticamente parlando il passaggio dall'inverno all'estate avviene con alterne vicende senza un confine netto che le separa ed è solo un luogo comune pensare a 4 stagioni "rigidamente" definite.
Inoltre non è detto che le stagioni si debbano necessariamente suddividere in base al clima.
I due equinozi, quello di primavera il 20 o 21 Marzo e quello di autunno il 22 o 23 Settembre (dove il giorno dura quanto la notte: 12 ore), ci hanno portato a dividere l'anno in 4 stagioni, ma nulla ci vietava di inventarne 3, 6 o 8.



Geroglifici Egizi

Per gli antichi Egizi le stagioni erano infatti 3!
In Egitto, la piena e il ritiro delle acque del Nilo determinavano le tre stagioni nelle quali era diviso l'anno.
Gli egizi dividevano l'anno in tre stagioni, ciascuna delle quali formata da quattro mesi. 
L'inizio dell'anno coincideva con la grande piena del Nilo. La stagione della "inondazione" veniva denominata Akhet, che andava approssimativamente da settembre a dicembre, seguita da Peret e Shemu.
Akhet era la prima delle tre stagioni e corrispondeva alla "stagione dell'inondazione", perché in questo periodo dell'anno del calendario egizio, le acque del Nilo allagavano i campi, arricchendo di nutrienti il suolo coltivato. 
La seconda, invece, era Peret, la "sparizione" o ritiro delle acque. Infine, la terza stagione, Shemu, era contrassegnata dalla "siccità"

Nella nostra cultura il luogo comune della mitidezza della mezza stagione primaverile, è dovuto anche al fatto che si associa la primavera al risveglio della Natura, alle giornate che si allungano e quindi a una "bella stagione", anche se in effetti, generalmente, è il secondo periodo più piovoso dell'anno (dopo l'autunno).

Tali periodi di transizione (definiti appunto primavera e autunno) sono capricciosi, proprio perché segnano il passaggio da un periodo prevalentemente freddo (inverno) a uno caldo (estate). 
Da piccola ricordo che sentivo i "grandi" lamentarsi che "il tempo non era più come una volta", e dovrebbe far riflettere il fatto che già nell'800, come si legge dai testi dell'epoca, si dicevano frasi come: "non ha mai fatto così freddo/caldo", "non si ricorda a memoria d'uomo", o "non ci sono più le mezze stagioni".




Un'amica, appassionata e insegnante di letteratura, mi ha ricordato che ne parlava già Giacomo Leopardi nello Zibaldone!

"Egli è pur vero che l'ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi. Qui in Italia è voce e querela comune, che i mezzi tempi non vi son piu’; e in questo smarrimento di confini, non vi è dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito dire a mio padre, che in sua gioventù, a Roma, la mattina di Pasqua di resurrezione, ognuno si rivestiva da state. Adesso chi non ha bisogno dì impegnar la camiciola, vi so dire che si guarda molto bene di non alleggerirsi della minima cosa di quelle ch’ei portava nel cuor dell’ inverno"...(qui testo completo)

A parte queste considerazioni polemiche non si può dimenticare come il tema delle 4 stagioni abbia ispirato artisti e musicisti di ogni tempo.
In architettura ne sono un esempio le splendide fontane di Torino e Milano.



La "Fontana dei Mesi e delle stagioni" di Torino al Valentino

La "Fontana dei Mesi e delle stagioni" di Torino, costruita in occasione dell’Esposizione Generale Italiana del 1898, è una delle opere architettoniche più significative del parco del Valentino. E' l’unico elemento architettonico ancora esistente dell’ampio apparato di edifici costruiti per l’Esposizione Generale Italiana del 1898, organizzata a Torino per celebrare il cinquantenario dello Statuto Albertino. 
Secondo una vocazione che si stava consolidando dopo l’Esposizione del 1884, il luogo prescelto per ospitare la manifestazione fu il parco del Valentino e il prestigioso compito di progettare i padiglioni e quindi la fontana fu affidato a Carlo Ceppi (1829-1921).


La "Fontana delle Quattro Stagioni" di Milano in p.zza Giulio Cesare

Riapparsa recentemente in piazza Giulio Cesare, a simbolo del nuovo quartiere CityLife, la "Fontana delle Quattro Stagioni", fu progettato dall’architetto Renzo Gerla nel 1927 e per anni lasciata andare in rovina.
La progettazione della "Fontana delle Quattro Stagioni" di Milano fu affidata infatti, dal Podestà Ernesto Belloni, all'architetto Renzo Gerla nel febbraio 1927, mentre erano in uno stadio molto avanzato i lavori per la realizzazione della Fiera Campionaria, proprio per provvedere a una degna sistemazione urbanistica della nuova piazza Giulio Cesare, quella che sarebbe diventata l’ingresso principale della Fiera Milano. 
La "Fontana delle 4 stagioni" è stata recentemente restaurata sia nelle parti architettoniche e nelle statue vicentine, ricalcate su originali del Settecento, sia con il ripristino impiantistico, riattivando così gli scenografici giochi d’acqua, i cui getti più importanti raggiungono un’altezza di 8 metri.


"Primavera" di Sandro Botticelli 1482

Nella pittura grandi maestri si sono ispirati alle 4 stagioni.
Come non citare la "Primavera" del Botticelli, considerato uno dei capolavori del Rinascimento italiano. 
L’opera, forse la più nota di Sandro Botticelli, databile intorn0 al 1482, venne eseguita per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici (cugino di Lorenzo il Magnifico) ed è ora conservata alla Galleria degli Uffizi di Firenze. 
Un dipinto che deve il suo fascino non solo alla grande tecnica pittorica ma anche all’aura di mistero che circonda l’opera, il cui significato più profondo non è ancora stato completamente svelato.


"Inverno" e "Primavera" di Giuseppe Arcimboldo

"Estate" e "Autunno" di Giuseppe Arcimboldo

Che dire poi delle "Quattro Stagioni" di Giuseppe Arcimboldo
Tra le sue opere più celebri, ci sono otto tavole di contenute dimensioni in forma di ritratto allegorico, raffiguranti le quattro stagioni (Primavera, Estate, Autunno e Inverno) e i quattro elementi della cosmologia aristotelica (Aria, Fuoco, Terra, Acqua). 
Trattasi di 8 allegorie, di cui le versioni più conosciute sono quelle del Louvre (copie eseguite dallo stesso Arcimboldo su richiesta di Massimiliano II nel 1573) in ognuna delle quali si ammirano grottesche "Teste Composte", ritratti burleschi eseguiti combinando tra loro, in una sorta di trompe-l'œil, oggetti od elementi dello stesso genere (prodotti ortofrutticoli, pesci, uccelli, libri, ecc) collegati metaforicamente al soggetto rappresentato, in una sorta di variegato impianto allegorico che ne fa un maestro del surrealismo.
Questi 4 quadri sono accoppiati a due a due (uomo e donna) e raffigurano l’ Inverno e la Primavera, l’Estate e l’Autunno.


"Estate" "Autunno" "Inverno" "Primavera" di Gian Lorenzo Bernini

Nella scultura ne è un esempio l'opera, le “Quattro Stagioni”, che Gian Lorenzo Bernini (1598 – 1680) scolpì insieme al padre Pietro nei primi anni, e che riflettono ancora l’influenza di Caravaggio, dal quale ereditò la forte resa realistica.  
Il gruppo commissionato da Leone Strozzi per la sua Villa/Museo romana, fu riscoperto da Federico Zeri a villa Aldobrandini a Frascati.
Villa Strozzi, una costruzione del cinquecento progettata da Giacomo del Duca, con grandi giardini disegnati da Carlo Fontana, a metà ottocento fu infatti rasa al suolo per ordine di Monsignor Francesco Saverio de Merode perché ostacolava il nuovo assetto urbanistico e il tracciato che sarebbe diventato via Nazionale, ma il gruppo fortunatamente fu salvato e collocato a villa Aldobrandini. 
Qualche anno più tardi, al posto della villa fu costruito il Teatro Costanzi, l' attuale Teatro dell' Opera. Sul muro del teatro, in via Torino, sotto un palinsesto perenne e quasi invalicabile di impalcature, si trovano alcune targhe una accanto all' altra. Tra queste, quella che ricorda il soggiorno di Vittorio Alfieri (per star vicino alla sua amata Luisa Stolberg d' Albany)  a Villa Strozzi.



Antonio Vivaldi "Il cimento dell'armonia e dell'inventione" 1725

Ma non si può certo dimenticare quella che rappresenta una delle più note e significative opere musicali, "Le Quattro Stagioni" titolo con cui sono noti i primi quattro concerti grossi per violino di Antonio Vivaldi da "Il cimento dell'armonia e dell'inventione".
Si tratta di un tipico esempio di musica a programma, cioè di composizioni a carattere prettamente descrittivo e che ben si adattano alla visione climatica delle stagioni.
Ad esempio, l'"Inverno" è reso a tinte scure e tetre, con riferimenti al freddo (Allegro non molto "Agghiacciato tremar tra nevi algenti"), al contrario l'"Estate" evoca l'oppressione del caldo (Allegro "Sotto dura stagion dal sole accesa") o la "tempesta", nel suo ultimo movimento (Allegro "Teme fiera borasca, e 'l suo destino"). 
Ma perché parlarne, la musica va ascoltata e qui lascio una stupenda esecuzione dell' "inverno" con Nicola Benedetti (violinista scozzese di origini italiane) come primo violino, che per l'occasione del Concerto di Natale - Assisi 2011, aveva suonato con uno Stradivari del 1712. 

Vivaldi - 4 Stagioni - Inverno - Concerto di Natale 2011, Assisi

Altri musicisti si ispirarono alla tematica delle stagioni: nel 1661 Lully aveva composto il balletto "Le stagioni", e sotto lo stesso titolo Haydn scrisse un oratorio, Ciaikovskij una serie di pezzi pianistici, Glazunov e Cage dei balletti, ma un'amante del tango come me non può certo non ricordare Astor Piazzolla (1921-1992) e le sue Quattro Stagioni Porteñe.

Composte tra il 1965 e il 1970 le "Cuatro Estaciones" rappresentano uno dei migliori esempi dell'incontro fra tango e tradizione musicale colta, operazione e mediazione artistica attraverso cui Piazzolla poteva affermare "Il mio tango incontra il presente". 
Come ricorda nell'articolo "Otto Stagioni" Mirko Schipilliti 

"Le Estaciones sono "porteñe" perché il tango delle origini è "porteño" ossia nato nel porto, quello di Buenos Aires, zona di scambi culturali, ambiente nativo da cui il tango si sviluppa come processo di intercultura per gli influssi internazionali che finisce per raccogliere: le danze ispaniche, sudamericane e africane; il bandòneon di origine tedesca; il melodismo acceso che trova nelle generazioni dei grandi autori di tango argentino - Fiorentino, Firpo, Fresedo, De Caro, D'Arienzo, Pugliese, D'Agostino, Piazzolla - precise ascendenze italiane, ai confini con la canzone napoletana. Il riferimento stesso alla frequentata tematica delle stagioni è esso stesso operazione di interscambio, traducendo nel titolo un pretesto artistico per affrontare colori, ritmi e strutture rappresentanti un saggio completo ed esauriente dello stile di uno degli autori più inclassificabili del Novecento."

Vi propongo l'ascolto del significativo "Invierno Porteño", brano tratto appunto dalle "Cuatro Estaciones Porteñas", nella versione di Gidon Kremer che contiene, in conclusione, elementi  dell'Estate di Vivaldi.